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Chi inquina rischia la stangata ma le polizze non decollano

Tra le aziende scarsa cultura dell'assicurazione contro i possibili danni all'ambiente. L'esperto: "In Italia severi nel definire le responsabilità non nell'imporre le coperture".

L e vicende dell’Ilva di Taranto hanno riportato all’attenzione generale i pericoli per l’ambiente che possono derivare da attività aziendali (in primo luogo industriali, ma non solo). Quello di cui ancora poco si parla, invece, è la presenza sul mercato di polizze assicurative per fronteggiare l’emergere di rischi di questo tipo, che possono mandare a gambe all’aria anche aziende sane dal punto di vista finanziario. Questo perché la responsabilità civile non fa sorgere solo l’obbligo di liquidare il danno, ma anche di ripristinare la situazione ex-ante. La portata del problema è emersa chiaramente proprio nel caso della prospettata chiusura del plesso siderurgico pugliese, ma anche in passato con tragedie come l’esplosione di una piattaforma petrolifera di Bp nel Golfo del Messico o la diffusione di veleni nell’aria a Seveso. «In Italia ci troviamo in una situazione particolare perché da un lato il legislatore ha specificato in maniera via via più puntuale i confini della responsabilità civile per i danni prodotti all’ambiente, seguendo il principio per cui “chi inquina, paga”, mentre dall’altro non si è premurato anche di garantire l’esistenza delle risorse finanziarie per una effettiva riparazione dei danni attraverso la richiesta di stipula di una polizza assicurativa, come invece accade in alcuni Paesi europei», riflette Aldo Bertelle, Chartis Europe S. A. manager della linea Rischi Inquinamento.

«Lo strumento assicurativo rappresenta la sintesi della verifica condotta, sul generico modello organizzativo/gestionale, attraverso l’attività di risk management dell’adeguatezza di mezzi e modelli organizzativi per la gestione del rischio ». Una particolarità che impedisce di fissare a priori griglie di copertura, e di conseguenza costi, per classi di imprese o di pericoli anche se il costo di queste polizze è, fatta eccezione per realtà come le aziende a rischio di incidente rilevante, dell’ordine di alcune migliaia di euro. L’esame va fatto caso per caso, in base ai pericoli che ogni fase del processo porta con sé, fissando il livello di accettabilità (ritenzione) del rischio residuale e l’entità del massimale che si intende richiedere. «L’innovazione che ha caratterizzato i prodotti assicurativi di ultima generazione è ancora poco conosciuta. Oggi, infatti, la proposta è di un servizio di gestione della crisi, prima ancora che del “classico” risarcimento», aggiunge Bertelle, per poi sottolineare che negli anni è cresciuta sensibilmente l’affidabilità dei sistemi previsionali e di gestione del rischio. Anche se qualche volta nella pratica sono emersi problemi nel seguire l’evoluzione normativa, che procede a passo spedito. Secondo l’esperto è giunto il momento, soprattutto da parte delle istituzioni, di riconsiderare gli impatti positivi che a livello sociale si possono ottenere attraverso la sistematica gestione (preventiva) dei rischi e delle possibili crisi. In attesa che il tema venga preso in considerazione dal legislatore, il mercato italiano registra una crescita delle offerte in questa direzione, per lo più a opera di compagnie specializzate nei settori property e casualty o di broker assicurativi. Le coperture base in genere riguardano i rischi derivanti tanto da attività produttive che commerciali, di servizi o di bonifica, andando a coprire oltre al generico danno ambientale, anche gli eventi accidentali e le spese di messa in sicurezza (in genere con la previsione di certi limiti), oltre ai danni prodotti a terzi, persone o cose che siano. In base alla tipologia di attività svolta e alle caratteristiche dell’azienda si possono poi aggiungere garanzie specifiche, come per i danni prodotti da operazioni di carico e scarico con mezzi meccanici, atti di sabotaggio o fonti di amianto. LA RESPONSABILITÀ Quella civile non fa sorgere solo l’obbligo di liquidare il danno, ma anche di ripristinare la situazione ex-ante. La portata del problema è emersa chiaramente proprio nel caso della prospettata chiusura del plesso pugliese dell’Ilva

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